Buone e cattive, il catalogo no

Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d’ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all’insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora”. La giornalista Maria Nadotti, sul Corriere della Sera di ieri, è solo l’ultima delle voci femministe che in questi giorni hanno preso le distanze da certe chiamate alle armi  in difesa della dignità delle donne, oltraggiata dalle feste di Arcore.
22 AGO 20
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Quando qualcuno ci chiede di riconoscerci in una proposta, in una parola d’ordine, in uno slogan, anche solo in una giornata di tardo inverno all’insegna dello sdegno, il minimo che possiamo fare è chiederci chi si indigna per cosa, contro chi, e perché proprio ora”. La giornalista Maria Nadotti, sul Corriere della Sera di ieri, è solo l’ultima delle voci femministe che in questi giorni hanno preso le distanze da certe chiamate alle armi in difesa della dignità delle donne, oltraggiata dalle feste di Arcore. Appelli fondati sulla divisione tra cattive – frequentatrici di bordelli berlusconiani e di bordelli tout court – e buone, le brave donne di certificata virtù. “Donne sacrificali (quelle che vanno a letto presto e si alzano presto) verso ragazze a ore (quelle che vanno a letto col capo)”, sintetizza Nadotti. La quale si chiama fuori da questa visione, estranea al femminismo almeno quanto lo slogan “fuori le escort dallo stato”, scandito da certi bravi ragazzi femministi, domenica scorsa, ad Arcore.

Soprattutto, si sono chieste in tante, perché certi cataloghi si fanno solo per le donne? E perché devono farli le donne contro altre donne? Svarioni del genere nascono esattamente da quella visione patriarcale del mondo e delle relazioni tra i sessi contro cui il femminismo è nato. E invece: “Abbiamo superato la soglia della decenza”, leggiamo nell’appello per la manifestazione del 13 febbraio, promosso in primissima fila dalla direttora dell’Unità, Concita De Gregorio. La stessa che ritenne più che decente vivacizzare la pubblicità del suo quotidiano con un sedere in minigonna (un sedere, non una ragazza in minigonna). Proprio lei, che all’epoca rivendicò la scelta (“Non è di una giovane modella, è mio. E quando vado al lavoro vado al lavoro anche con quello”, spiegò nella puntata del 25 novembre 2008 di “Parla con me”), ora sguazza con agio in toni che – per prosa, estetica, etica e logica – appaiono degni dell’Oscar Luigi Scalfaro d’antan, il fustigatore di signore scollate tornato a una seconda giovinezza al Palasharp. E’ il moralismo sessista e bigotto rappresentato dal signore fotografato sotto Palazzo Chigi, qualche giorno fa, con un cartello con su scritto: “Mia figlia non te la prendi” (della figlia decide lui, l’opinione di lei non conta, De Gregorio e Scalfaro possono stare tranquilli).

“Finché lo sdegno non si estende a tutti gli aspetti del privilegio e della violenza maschili, dovrebbe venire il sospetto che delle donne ci si preoccupi quasi sempre solo quando servono”, ha scritto sul settimanale online Gli Altri Lea Melandri. Un’altra esponente del femminismo storico, che dimostra ancora una volta (vedi l’articolo di Annalena Benini sul Foglio di sabato) di possedere buoni anticorpi contro certi interessati “amici delle donne”.